Vincenzo Fabiani

Vincenzo Fabiani è uno dei personaggi più illustri che Grotteria ha mai avuto, una figura che ha dato lustro alle gesta, che portarono in seguito, al Risorgimento italiano.

Nacque a Grotteria il 13 febbraio 1778 da Pietro e Caterina Barillaro, che dopo i primi insegnamenti lo iscrissero al seminario di Gerace.
Dopo gli studi superiori, si trasferì a Napoli per frequentare l'università, e il 27 giugno 1801 si laureò in Giurisprudenza.

Negli anni trascorsi a Napoli, maturò sempre più sentimenti di patriottismo, nonché idee rivoluzionarie mutuate da quelle francesi, e si convinse che c'era bisogno di una forte unione per combattere e scacciare l'oppressore. Per cui, dopo una breve parentesi in cui esercitò la professione di avvocato, partecipò attivamente alla vita politica: dopo la Proclamazione della Repubblica Partenopea in cui era membro del Governo Provvisorio e del Comitato Legislativo, fu nominato Presidente della stessa all'età di 19 anni. Da questo momento, ricevette cariche via via sempre più prestigiose.

Ma quello che ardeva nel suo animo, non era certo appagato dalle cariche che ricopriva, il suo obiettivo principale, come accennato in precedenza, era quello di scacciare l'oppressore e ridare la libertà alla gente oppressa, per cui il campo di battaglia ne esaltava la sua figura per ardimento, valore e lealtà.

 
"Io sottoscritto Capo di Battaglione del 22° Reggimento di Fanteria Leggera, Comandante una Colonna mobile nella vallata di Gerace, certificato che il signor Vincenzo Fabiani, Capitano delle Guardie Provinciali, assegnato alla Compagnia per ordine del Generale Lucotte, si è battuto con tutto lo zelo e la bravura di un abile Ufficiale; che nelle varie azioni che la Colonna ebbe contro i briganti, egli ha dato prova di mirabile valore, particolarmente nello sbarco che il nemico effettuò a Bovalino dove egli fu uno dei primi a lanciarsi all'assalto.

In fede della qual cosa, io ho rilasciato il presente attestato di lode".

Gerace 3 Novembre 1806

Gen. Pochet
Encomio del Gen. Pochet

Numerose, furono le battaglie che lo videro in prima linea come eroe (ne sono testimonianza anche gli encomi firmati da diversi generali come Pochet, Du Pont, Lecchi, Moilles, Lucotte, Pignatelli), ma di una, in particolare, ne rimane una bellissima pagina nella storia, la battaglia di Vigliena, raccontata da Alessandro Dumas (il 3 dicembre 2002 con una cerimonia solenne presieduta dal presidente della Repubblica Francese Jacques Chirac, Alessandro Dumas è stato inumato accanto ad Emile Zola e Victor Hugo nel Pantheon di Parigi) nel primo capitolo del IV libro de "I Borboni di Napoli".

Dopo l'esilio a Marsiglia, riuscì a ricongiungersi ai suoi cari a Grotteria, ma ebbe vita dura in quanto i Sanfedisti (Esercito della Santa Fede, le bande armate organizzate dal cardinale Ruffo che nel 1799 restaurarono la monarchia borbonica reprimendo i francesi e i patrioti del Regno di Napoli) gli confiscarono tutto quello che possedeva riducendolo alla miseria, e cercarono di piegarlo con una specie di battaglia psicologica in cui non veniva lasciato libero per un attimo, essendo spiato giorno e notte. Ma il Fabiani non si piegò.

Nell'aprile del 1806, i Borboni furono cacciati da Napoli per opera di Napoleone, il quale ricordandosi della lealtà e del valore del Fabiani, lo nominò Reggente della Sottintendenza di Gerace e qualche mese dopo promosso a Capitano della Guardia Provinciale di Calabria Ultra per Grotteria e Martone. Il Maresciallo Messena invece lo volle con se nello Stato Maggiore, per combattere attivamente il brigantaggio che in quel periodo infestava la Calabria.

L'anno successivo gli fu affidata la carica di Capo di Battaglione nella Legione delle Guardie Civiche provinciali della Calabria, e poi, in brevissimo tempo, promosso prima Maggiore e poi Tenente Colonnello per lo straordinario coraggio e valore dimostrato al fianco delle truppe del Generale Cavignac nella riconquista di Scilla e Alta Fiumara.

Nel 1808, l'anno seguente, a soli 30 anni, si ritirò definitivamente dalla carriera militare e fu nominato Sottoricevitore del distretto di Gerace; dopo sette anni però, quando fu restaurata la dinastia borbonica nel 1815, abbandonò tale incarico.

Riprese per un breve periodo la carriera forense a Napoli dove si trasferì con la moglie, Maria Macedonio (che nel 1824, un anno dopo la morte del Fabiani, sposò l'altro patriota grotterese Giovanbattista Palermo), che aveva sposato da poco, ma rientrò ben presto nella sua natia Grotteria, dove morì qualche anno dopo, a soli 46 anni, il 22 dicembre 1823, colto da un attacco cardiaco.

Dal primo capitolo del IV libro de "I Borboni di Napoli" di Alessandro Dumas
Alessandro Dumas: I Borboni di Napoli[...] Il 12, de Cesari che aveva fatto falsa strada e che erasi smarrito da 15 giorni, giunse a Nola, con tutta la sua cavalleria. Siccome il rinforzo che gli conduceva siffatto avventuriere, gli era molto utile in quel momento, il Cardinale dissimulò il suo mal umore; ma sorridendo gli tolse i suoi uomini e li pose sotto il Comando del maggiore Consiliis.
Questo provvedimento, un poco acerbo, eccitò qualche mormorio in mezzo a quella Cavalleria, tutta devota al partigiano corso; ma il Cardinale si mostrò nel suo calesso con De Cesari sedutogli daccanto, e dicendo che non gli aveva tolto il Comando della cavalleria che per dargli la direzione in capo dell'esercito.
Il 13 di buon'ora l'esercito Sanfedista si pose in marcia in tre divisioni.
L'una discendeva per Capodichino, per attaccare Porla Capuana.
L'altra e la terza scendevano, una per la strada di Portici, e l'altra per quella delle paludi, per attaccare insieme e nello stesso tempo le fortificazioni del Ponte della Maddalena e del piccolo forte di Vigliena che era difeso da centocinquanta Calabresi comandati dal curato Antonio Toscano.
Nell'accettare la missione di difendere il forte di Vigliena, questi coraggiosi uomini avevano risposto a Manthonet.
« Cerchiamo la morte, darla e riceverla poco ne importa; ciò che vogliamo, si è che la patria sia libera, e vendicarci. »
La mattina del giorno 13 si vide, dall'alto del forte S. Elmo, avanzarsi l'esercito Sanfedista in mezzo a nuvole di polvere. Immediatamente i tre colpi di cannone d'allarme furono tratti, e le strade di Napoli divennero in un istante deserte come quelle di Tebe, solitarie come quelle di Pompei.
Il momento supremo era giunto: momento solenne e terribile quando trattasi dell'esistenza di un uomo, ma ben altrimenti terribile e solenne, quando trattasi della vita o della morte di una città.
I tre colpi di cannone che avevano invitato i Napolitani a ritirarsi alle case loro, avevano nel tempo istesso servito di segnale al Generale di Writz per occupare il campo trincerato del ponte della Maddalena.
In prossimità di questo campo era un piccolo forte con tredici cannoni da 33, e due mortai da bombe; dalla parte opposta, cioè sulla riva, era quel piccolo forte di Vigliena di cui abbiamo detto una parola - e, nel mare, lungo la costa l'ammiraglio Caracciolo, con tutto ciò che erasi potuto riunire di barche cannoniere, e di bombarde.
Giungendo al villaggio di Somma, il Cardinale fu avvertito che il piano d'attacco, diretto da lui non erasi potuto eseguire contro Schipani, atteso che il Colonnello Tschudy non era punto comparso a Castellammare e che Sciarpa e gli altri capi del Cilento non erano giunti a Sarno, Il comandante Panedigrano avea nulladimeno attaccato Schipani, ma senza risultato. Da parte loro i comandanti la Schiava e de Filippis vedendo che il Sea- Horse e la Minerva battevano coi loro cannoni il forte del Granatello, dove era Schipani, risolvettero di prendere d'assalto il Palazzo reale di Portici che era nelle mani dei Repubblicani.
Il Palazzo non era fortificato: i difensori non erano in numero sufficiente; si ritirarono verso il ponte della Maddalena, dove ben pochi giunsero, essendo stati decimati nell'intervallo, dal fuoco dei sanfedisti da una parte, e dall'altra dalle cannonate del Sea-Horse e della Minerva.
In quel punto, s'intese una spaventevole detonazione, ed il molo fu scosso come da un terremoto; nel tempo istesso l'aria si oscurò con una nuvola di polvere, e, come se un cratere si fosse aperto al piede del Vesuvio, pietre, travi, rottami, membra umane in pezzi, ricaddero sopra larga circonferenza.
Era il forte di Vigliena saltato in aria.
Attaccato impetuosamente dalla truppa del Cardinale, avea risposto anche con maggiore impeto.
L'odio era tanto più grande tra assedianti ed assediati in quanto che si combatteva, calabresi contro calabresi, fratelli contro fratelli. Le lotte empie sono le più terribili e le più accanite. Può esservi uno che sopravviva nei duelli ordinari, niuno sopravisse di Eteocle e Polinice.
Respinti, gli assedianti domandarono soccorso.
Il Cardinale loro spedì cento Russi con una batteria di cannoni e l'assalto ricominciò più micidiale di prima. In capo ad un ora, una parte del muro era crollato e presentava una breccia praticabile.
Fu intimato al Comandante di rendersi; l'abbiamo detto, era desso un vecchio prete patriotta, chiamato Antonio Toscano.
Ricusò.
I Calabresi ed i Russi si slanciarono all'assalto.
La fantasia di un imperatore, il capriccio di un pazzo, di Paolo I, mandava degli uomini, nati sopra le spiagge della Neva, del Don e del Volga, a morire per principi di cui ignoravano i nomi, sulle rive del Mediterraneo.
Due volte furono respinti e riempirono dei loro cadaveri la strada che conduceva alla breccia.
Tornarono una terza volta alla carica, e questa volta entrarono nel forte, si gettarono i fucili e, come i Catabresi non conoscono nè la spada nè la bajonetta, si combattè col coltello e col pugnale, combattimento muto e mortale, combattimento corpo a corpo, in cui la morte penetra in mezzo ad abbracci così stretti che si crederebbero paterni.
Gli assalitori crescevano sempre, gli assaliti cadevano, gli uni dopo gli altri, rialzandosi pria di morire per mordere o per colpire ancora.
Di cento cinquanta erano appena sessanta; più di quattrocento uomini li circondavano. Non temevano la morte ma morivano disperati di morire senza veder compiuta la loro vendetta.
All'improvviso, il vecchio prete coperto di ferite, gli interroga nell'istesso tempo, con lo sguardo col gesto e colla voce.
- Vogliamo?
Tutti lo comprendono e con una voce rispondono:
- Sì!
Immediatamente, Antonio Toscano si lascia cadere nel sotterraneo dove è la polvere, avvicina una pistola che ha conservato come suprema risorsa, ad un barile di polvere e fa fuoco. Allora in mezzo ad una spaventevole esplosione, vincitori e vinti, sono confusi in uno stesso cataclisma.
Un sol uomo meravigliato di essere vivo e senza ferite in mezzo a siffatta distruzione generale, si getta in mare e nuota verso Napoli, raggiunge il Castello Nuovo e narra la morte de' suoi compagni e il sacrificio del prete.
Quest'ultimo rimasto degli Spartani, chiamavasi Fabiani.
La notizia di questo avvenimento si sparse in un istante nelle strade di Napoli e vi sollevò un entusiasmo universale. [...]

 

Testo di Antonio Panetta; Ritratto a colori "Palazzo Lupis, Grotteria".
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