I Palermo
Il Risorgimento italiano ha avuto tanti eroi
e ferventi patrioti che hanno vissuto e combattuto con un
unico ideale: scacciare l'oppressore e vivere liberi in un
Italia libera ed unificata. I Palermo di Grotteria, padre
e figli, furono tra questi, che dedicarono tutta la loro vita
per dar corpo a questi ideali.
Giovambattista Palermo
Giovambattista Palermo, nacque a Grotteria
il 12 marzo 1786, iniziò gli studi a Messina per poi
proseguirli presso il seminario Urbano di Napoli.
Da subito si schierò con i sostenitori
della Repubblica Partenopea dove maturò i suoi sentimenti
patriottici e l'odio verso i Borboni. Per questo motivo fu
perseguitato e la sua casa saccheggiata.
Iniziò la carriera militare con le Guardie
d'Onore, poi presso l'Arma dei Vèliti a Cavallo, dove
venne nominato Ufficiale ed insignito della "Croce delle
Due Sicilie". Con il grado di Capitano di Cavalleria
dell'esercito napoleonico, partecipò alla Campagna
di Russia nel 1812. Tre anni dopo, sempre con le truppe dell'Imperatore
Napoleone Bonaparte, combatté nella battaglia di Waterloo.
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| Portale di Palazzo
Palermo |
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| Disegno dello Stemma
dei Palermo |
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"Oggi
che si contano lì 26 del mese di Agosto
dell'anno 1860 in Grotteria.
In seguito ad ordine del Dittatore Giuseppe
Garibaldi, portante la data 22 e 23 corrente,
qui comunicato non prima di jeri sera alle ore
quattro della notte, si sono raccoti in questa
Casa Comunale il signor Sindaco con il Decurionato,
il Giudice Circondariale e subalterni, il Comandante
la Guardia Nazionale con i suoi Uffiziali e
Guardie, l'Arciprete e Parrochi unitamente al
Reverendo Clero, e finalmente i Gentiluomini
e Notabili di tutti del Paese, i quali hanno
proclamato la conforme adesione alle disposizioni
ricevute come sopra.
[...]
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La Delibera Municipale del 26 agosto
1860
con cui Grotteria proclamò il riconoscimento
della Dittatura di Garibaldi |
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| Rosa Macedonio moglie di Nicodemo |
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Nel 1818, dopo la Restaurazione Borbonica,
gli venne affidata la carica di Capitano Comandante le Milizie
del suo circondario, carica che accettò, sperando comunque
che i tempi mutassero; due anni dopo, infatti, aderì
ai moti carbonari.
Sei anni dopo sposò Maria Macedonio (morta il 13 aprile 1838), vedova di Vincenzo
Fabiani, e da lei ebbe tre figli: Nicodemo, Nicola e Rosalia.
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Maria Macedonio |
Nel 1847, per le sua attività liberali,
fu rinchiuso in carcere per più di due anni; alla fine
della detenzione fu esplulso da Napoli e confinato a Castelvetere
(l'attuale Caulonia).
Due anni e mezzo durò questo duro confino,
pieno di sofferenze e disagi, ma alla fine fu tradotto a Grotteria,
anche se tenuto sempre sotto stretta sorveglianza delle guardie
borboniche, dove si dedicò ad altre attività.
Insieme a Giuseppe Cavaleri,
fondò la Compagnia Filodrammatica, il Teatro e il Concerto
Filarmonico.
Nel 1859, nonostante l'età, riprese
il Comando delle Guardie di Grotteria, insieme ai collaboratori,
Ufficiali Capo-Plotone, Giambattista Lupis, Pasquale Arena
e Orazio Lupis.
Subito dopo lo sbarco di Garibaldi in Calabria,
il 6 maggio 1860, Grotteria proclamò subito il riconoscimento
della Dittatura Garibaldina con la Delibera Municipale del
26 agosto; tra i firmatari, naturalmente, Giovambattista Palermo.
Un anno dopo, il 30 agosto 1861, un anno esatto
dopo quella firma, morì a Gerace, a casa del figlio
Nicodemo, ma in cuor suo portò la felicità di
aver rivisto i figli, liberi dalle catene, e l'Italia liberata
e unità per cui aveva combattuto tutta una vita insieme
ai suoi figli.
Nicodemo Palermo
Nicodemo, primogenito di Giovambattista, nacque
a Grotteria il 6 agosto 1825, pochi mesi dopo la morte del
nonno paterno da cui prese il nome.
Essendo quasi coetaneo con il fratello Nicola,
ne condivise molte fasi della vita a cominciare dagli studi,
agli ideali e ai lunghi periodi di carcere (per questi periodi
si veda più avanti nelle vicende del fratello Nicola).
Nei primi anni '40, si iscrisse a Napoli a
ben due facoltà, quella di Belle Arti e Filosofia e
quella di Giurisprudenza; il 23 marzo 1847 si laureò
in quest'ultima facoltà mentre per l'altra sostenne
gli esami per essere "abilitato
ad essere ammesso agli esami pe' gradi Dottorali".
Negli anni successivi alla laurea, ritornò
a Grotteria e si dedicò ancora ai suoi studi scrivendo
diverso materiale ma iniziò anche, insieme al padre
e al fratello, una intensa attività cospiratrice per
scacciare lo straniero rovesciandone il Governo. Per questa
attività fu arrestato insieme al padre e al fratello
e rinchiuso per 8 anni nelle dure e inumane carceri del Napoletano.
Dopo essere ritornato a casa dal Bagno Penale
di Procida (in cui scrisse nel 1856 la novella "La
vendetta di un Liberale") e dopo la proclamazione
dell'Unità del Regno d'Italia, fu nominato Ricevitore
Esattoriale del Distretto di Gerace.
In questo periodo di "calma", riordinò
i suoi scritti e pubblicò alcuni libri, fra cui "In
morte di Giovambattista Palermo" nel 1861, "Intorno
alla vita di Nicola Palermo da Grotteria" nel
1876, e "Di Vincenzo Dr. Fabiani
da Grotteria" nel 1881.
Morì nella sua casa di Gerace il 2 febbraio
1901 lasciando incompiute le sue memorie a cui si stava occupando
negli ultimi anni.
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Nicola Palermo |
Nicola Palermo
Nicola, nato a Grotteria il 21 dicembre 1826,
è stata la figura più grande di casa Palermo.
Compì i primi studi a Grotteria con
i maestri Piscioneri e Ritorto e poi a Mammola con Don Giuseppeantonio
Agostini. Due anni dopo la morte della madre, nell'ottobre
del 1840, si trasferì con tutta la famiglia a Messina,
dove in seguito frequentò dei corsi di Letteratura
Italiana, Filosofia Teoretica e Filosofia del Diritto. In
quegli anni trascorsi a Messina, maturarono le sue aspirazioni
liberali ed il profondo senso del patriottismo, valori trasmessi
dal padre.
Dopo sei anni di permanenza a Messina, per
motivi di salute, rientra a Grotteria con tutta la famiglia.
Qui, insieme al padre ed al fratello, riuscì a far
crescere l'idea del liberalismo ed a trasmetterla in tutto
il circondario, assoldando molti proseliti per la causa.
Nicola Palermo, fu sempre in prima linea in
tutti quei "focolai" di lotta di tutto il circondario,
e per questo motivo, sempre nel 1847, il suo nome finì
nelle liste nere dei borboni. Stessa sorte per Grotteria,
alla quale fu tolta Mammola dal Mandamento con il Regio Decreto
del 3 dicembre 1847.
Nell'ottobre dello stesso anno, Nicola Palermo
si trasferì a Napoli per proseguire gli studi interrotti
ed allacciare contatti diretti con i militanti del liberalismo
nella capitale del Regno.
Nel marzo del 1848 tutta l'Europa era in fermento,
e anche Napoli due mesi dopo insorse: ecco Nicola Palermo
tra le barricate in difesa della costituzione abrogata da
Ferdinando II.
Viene individuato e braccato dai borboni, ma
per miracolo riuscì a sfuggire e nascondersi in città.
Sotto uno pseudonimo riuscì ad imbarcarsi per la Sicilia
e arrivare infine a Grotteria dove si rifugiò clandestinamente.
Qui insieme al fratello, continuò a reclutare giovani
armati per difendere la Costituzione e la libertà.
In questo periodo, la sua attività non
conosce sosta. Riesce ad adunare molta gente a Grotteria,
e ad eccitarla con parole di fuoco additando i Borboni come
il male da estirpare per raggiungere il "sogno"
della libertà.
Il 27 giugno 1848 scoppia la prima insurrezione
calabrese in risposta ai fatti di Napoli del 15 maggio. Gli
insorti calabresi, tra cui Nicola Palermo, occupano le Alture
delle Grazie e sbarrano la via da Pizzo a Catanzaro alle truppe
borboniche comandate dal Generale Nunziante. Benché
dapprima riescano a far ripiegare le truppe regie a Pizzo,
alla fine furono gli insorti calabresi a ripiegare e a disperdersi.
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| Nicola Palermo con la divisa da garibaldino |
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Questa vittoria diede modo al sovrano borbonico
ad intraprendere una persecuzione spietata verso gli insorti
e i rivoluzionari, che durò parecchi anni.
Nicola Palermo riuscì a nascondersi
per qualche mese, ma alla fine si costituì nel carcere
Mandamentale di Grotteria insieme al fratello, cadendo nell'inganno
del Generale Nunziante che gli aveva promesso l'impunità.
Da questo momento inizia il suo lungo calvario
nelle carceri calabresi e campane (quasi nove anni). Infatti,
il 16 maggio 1851, venne condannato alla pena di morte per
il reato di "cospirazione ed
attentato ad oggetto di distruggere e cambiare la forma del
Governo, e di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno
ad armarsi contra l'Autorità Reale", mentre
il fratello Nicodemo a 19 anni di carcere duro (pene commutate
in seguito a 30 anni di carcere duro per Nicola, e 15 per
Nicodemo con Decreto Reale del 7 giugno dello stesso anno).
Dopo la prima detenzione nelle carceri del
Castello Aragonese a Reggio Calabria, furono trasferiti ai
Bagni Penali di Napoli (Bagno del Carmine) dove arrivarono
dopo un mese di continue marce a piedi "esposti
a patimenti di ogni sorta" insieme ad altri condannati
per motivi politici e comuni. Dal Carmine passarono poi al
Bagno di Procida.
Qui rimase Nicodemo, perché nel febbraio
del 1852 Nicola, ritenuto uno deoi più pericolosi detenuti
politici, fu tradotto prima al Bagno penale di Montefusco
e poi a quello di Montesarchio.
Il 27 dicembre del 1858, in occasione del matrimonio
del primogenito di Ferdinando II, arrivò il "Decreto
di Grazia", con il quale venne commutata la pena dell'ergastolo
all'esilio perpetuo da Regno.
Fu imbarcato su una nave a vapore e poi trasbordato
su un'altra nave nell'Oceano Atlantico con destinazione America.
Ma ci fu una insurrezione anche sulla nave e, Luigi Settembrini,
il più illustre tra i carcerati "ospiti"
della nave, costrinse il Comandante a cambiare la rotta e
a dirigersi verso l'Irlanda.
Dopo essere sbarcato in Irlanda, soggiornò
per un periodo a Londra e poi ritornò in Italia, stabilendosi
a Firenze fino al luglio del 1860, quando proclamata ormai
l'Unità d'Italia, fu libero di rientrare a Grotteria,
dove fu accolto festosamente dall'Autorità e dalla
popolazione.
Dopo la conquista della Sicilia da parte dei
Mille, si unisce a loro a Messina, e con il grado di Maggiore
del "Reggimento dei Cacciatori d'Aspromonte", affianca
Luigi Cairoli e Nino Bixio per preparare la traversata dello
Stretto e la risalita della Calabria con destinazione Napoli.
Finito il compito con la spedizione dei Mille,
al Palermo fu offerta la carica di Capitano della Milizia
Regolare, ma egli rinuncia perché preferisce ritornare
a Grotteria. Ma qualche tempo dopo non poté rifiutare
quella di Delegato Capo Provinciale di Pubblica Sicurezza
a Reggio Calabria, offertagli da Silvio Spaventa, il Direttore
per il Dicastero di Polizia di Napoli.
Un anno dopo, nel dicembre del 1862, sposò
la sedicenne Maria Sciaccalunga di Genova dalla quale ebbe
4 figli.
Per altri dieci anni, ricoprì importanti
cariche pubbliche, tra le quali quella di Prefetto di Polizia
a Firenze e di Economo dei Benefici Vacanti del Culto di Firenze
(compito affidatogli dal suo ex-compagno di carcere Michele
Pironti, divenuto nel frattempo Ministro di Grazia e Giustizia
e dei Culti), ma poi, per le sue precarie condizioni di salute
(fu colpito da una malattia cardiaca), si ritirò a
vita privata nel 1873, stabilendosi a Siderno Marina, dove
morì tre anni dopo, il 10 marzo 1876.
| Testo di Antonio Panetta; Foto di Antonio Panetta; Ritratti a colori "Palazzo Lupis, Grotteria". |
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